Momenti di vita inutile


Incontrare

vedere o rivedere

parlare

ammiccare senza cruel intentions

dirselo

anche.

Maledetto politically correct

ma dirlo

mettere le mani avanti

non si sa mai, qualcuno potrebbe sceneggiarsi dirigersi autoprodursi un film

pensare che lasciarsi andare

potrebbe essere pace

come quando si nuotava nella pancia di mamma.

Poi

un bel giorno

svegliarsi

arrivederci

grazie.

Vaghe ipotesi di futuro


Odore di risacca

spiaggia deserta

luna crescente

sul mio dispiacere

compresso

chissà dove.

Respiro

-atto involontario-

Temo

il  tornar dell’onda

che non troverà barriere

ma la mia anima

inevitabilmente esposta

ai capricci di una sorte incostante.

Nella musica ho solo scoperto il bisogno di amore che c’è


Quest’anno, come gli scorsi, Sanremo col contagocce.

Conti mi sa di poco, le due vallette mi paiono cretine, la bruna, e rozze, la bionda.

Ieri cambio canale, per caso, sul faccione e il tatuaggio chilometrico di Marco Masini che canta Nuti, un grande.

Masini…

Un altro celebre “maltrattato” dalla cattiveria e dall’invidia di chi attacca etichette che, a volte, diventano stigmi o che, peggio, sfociano in tragedie.

Non ho visto il festival e quasi sicuramente non lo vedrò, ma spero che Masini si piazzi bene, a prescindere dalla sua canzone, che non conosco.

Sarebbe il riscatto ufficiale di tutti quegli artisti rovinati dalle altrui maldicenze, tanto sciocche quanto gratuite.

Poi, dulcis in fundo, vogliamo dimenticare questa perla?

Io no.

Momenti magici


Son viva, e a volte me ne dolgo.
Però vivo a dispetto di malattie, gesti cafoneschi, sgarberie gratuite.
Ho attraversato buona parte della mia esistenza e me stessa, terreno incolto a disposizione di predatori da due soldi.
Eppure son rimasta intonsa, forte della mia rettitudine di fondo: quella che rispedisce al mittente tutto ciò che non ha senso.

Useful


Lo studio in famiglia: scontro o risorsa?

di Rosario Mazzeo

Lo studio è molto spesso un peso per i giovani, un fattore di conflittualità tra genitori e figli, un oggetto ambiguo all’interno della famiglia. Può e deve  diventare un fattore di crescita integrale: umana, culturale, sociale, per i figli;  un fattore positivo per la convivenza ed unità famigliare. Lo studio  è infatti  applicazione sistematica alla conoscenza delle cose attraverso quelle ipotesi-strumenti di lettura del reale che sono le discipline insegnate a scuola.

Il discorso è complesso ed insidioso. Bisogna tener conto dell’età dei figli, del tipo di scuola, dell’oggetto della disciplina studio. Bisogna evitare di cadere nel generico, di elencare precetti, di fornire ricette.  C’è , inoltre, il rischio di colpevolizzare la famiglia e/o di sognare il “genitore perfetto” in un sistema-famiglia “perfetto” che può provocare solo guai. Per non cadere in queste insidie e per un’utilità comune, provo a svolgere il tema dell’aiuto allo studio  riflettendo sull’esperienza di genitore ed insegnate ed invito a fare altrettanto. Mi interessa documentare che è possibile e gratificante educare allo studio e mediante lo studio, accompagnando i figli nell’acquisizione e nella verifica di atteggiamenti, di comportamenti, di abilità che  richiede un metodo di studio personale ed efficace.

1 – I ragazzi e lo studio

Noi adulti siamo portati ad esaltare lo studio, i ragazzi a ridurlo, a sopportarlo e possibilmente eliminarlo. L’esaltazione degli adulti, in genere, è astratta, ideologica, retorica. La negazione o riduzione dello studio da parte dei giovani, invece, è reale e spesso drammatica. Il risultato è che la maggior parte dei ragazzi o non studia oppure vive lo studio in modo reattivo meccanico. Difficilmente incontriamo giovani  che nell’applicazione scolastica sono attivi, sereni, creativi, liberi.

Per non rimanere nel generico propongo di analizzare la situazione distinguendo tre categorie di studenti: i professionisti,  i trascinati, i refrattari.

1.1- I professionisti ovvero gli intraprendenti

I ” pochi”,  che sanno applicarsi all’apprendimento insegnato e alla conoscenza sistematica, al di là delle ri­chie­ste e delle pres­sioni, più o meno espli­cite della scuola e della famiglia, sono allievi da sem­pre definiti studiosi. Io preferisco chiamarli intraprendenti . Infatti lo studio è per loro un’iniziativa che “prende” e coinvolge, oltre al puro dovere scolastico. Non sono, però, da con­fondere con i secchioni:  studenti che limitano il loro mondo a libri e scuola, verso i quali, per di più,  si rapportano con scrupolosità (indice spesso di nevrosi), incapaci di quel sano reali­smo che caratterizza l’atteg­giamento di chi  è aperto a tutti e a tutto.

Vengono detti anche  professionisti,   perché tendono ad  organizzare il tempo e a pianifi­care le at­tività di studio con criteri adeguati alla “pro­fessione studente”.

1.2 – I trascinati

Studiano in modo superficiale, con l’unica ( o quasi)  preoccu­pazione , quando sono a scuola, di so­pravvivere donando il “giusto” obolo nei riti scola­stici: l’interrogazione, i compiti in classe, l’esame.

In qualsiasi atti­vità di stu­dio, loro primo obiettivo è terminare: finire il com­pito, concludere lo studio della le­zione assegnata, o meglio: “essere a posto”, con­formi, almeno esterior­mente, alle indica­zioni date.

Le loro motivazioni sono estrinse­che e molto super­fi­ciali. Non solo non farebbero nulla, se non venis­sero as­se­gnati lezioni e compiti – cosa questa comune a tutti gli stu­denti – ma per effettuare qu­al­cosa, precedentemente pre­sen­tato come compito, questi ragazzi hanno biso­gno di avvertire la pre­senza di qualcuno con ba­stone o carota vicino.

Il loro studio  e la loro frequenza scolastica sono frutto di rea­zioni acritiche, diretta­mente proporzionali  a quella che è stata chiamata “pres­sione esterna” di genitori e docenti (Piattelli Palmarini 1991). Raramente il loro apprendimento tende alla rifles­sione, alla ri­cerca di un nesso con ciò che si desidera e si compie nella vita quoti­diana. Se questo ac­cade, è più per “istinto” che per scelta consapevole dello studente, più per ca­pacità intelle­ttuali che per abilità metodologiche. Normalmente infatti i trascinati  sono ri­petitivi, su­perfi­ciali e conformistici: pro­cedono a caso, “così come viene”, trainati o spintonati. Perciò, a meno che non siano dotati di buone capacità intellettuali o usufruiscano di mo­dalità di in­se­gna­mento eccezionali, imparano poco e male.

1. 3 – I non-studenti

Intendiamoci bene: può capitare a qualsiasi studente che un certo giorno non  abbia voglia di studiare op­pure resti in classe senza essere at­tento e partecipe alle lezioni. Può capitare a tutti, ma il caso deinon-studenti è diverso. Essi hanno occhi, ma non vedono; hanno orec­chie ma non ascoltano; hanno cervello ma non l’usano.

Li ho definiti “indifferenti”( Mazzeo 1997), perché immersi in una specie di blob  scola­stico, in cui le opere e i giorni scorrono senza novità e in­te­resse, essi non colgono la dif­ferenza me­todologica tra il mo­mento di lavoro e quello di relax, tra un compito di storia ed uno di matematica, tra un esercizio ed un’attività di ascolto, ecc., per cui non imparano.

Sono facilmente identificabili a scuola e fuori. Basta guardare il loro comportamento, i loro qua­derni, i loro libri. Mentre gli stu­diosi  tendono ad ac­cogliere la realtà sco­lastica e a misu­rarsi con essa e itrascinati o reattivi a soppor­tarla, gli indifferenti sono portati a  consi­de­rarla o estranea o inesistente. Ne consegue che il loro studio è o inesistente o total­mente meccanico ed im­personale. Gli argomenti e le attività a scuola, sono per loro “fragili e sconnessi significanti di una realtà lontana e aliena, ora incomprensibile e im­per­scrutabile, ora minacciosa e te­muta.”(Cerioli 1990, p.44).

2- I genitori e lo studio

Anche i genitori, come molti giovani, hanno un’idea dello studio generico-moralistica. Infatti capita spesso di ascoltare in assemblee e durante colloqui di ricevimento, interventi del tipo: “lo stu­dio è il tempo che mio figlio passa davanti ai libri, ma­gari in camera sua, da solo”; “è let­tura e ripetizione svolte dalla figlia in cameretta, a voce alta, in modo che io la con­trolli”; “ è investimento per il futuro; fatica necessaria; dovere imprenscindibile”. Ci sono, inoltre, dei geni­tori,  che quando, nei colloqui individuali, si fa constatare che i  loro fi­gli non studiano, spergiurano e protestano dicendo: “Mi creda, pro­fessore, mio figlio studia, tanto e dav­vero!”

Certo che stu­dia – si dovrebbe rispondere in questi casi – sta davanti ai libri, legge a voce alta: operazioni que­ste che, come è noto, producono automaticamente un travaso di cono­scenze dal testo alla testa!

Ironia a parte, occorre denunciare una situazione, non solo “domestica”,  in cui si scambia la quantità con la qualità, il richiamo alla responsabilità con l’esercizio del potere ispet­tivo ( “Fammi vedere se hai studiato”), il sostegno con la sostituzione nello svolgimento dei compiti, e nello stesso tempo ribadire che l’adulto non può rimanere complice di una mentalità negativa, generica, utopica che l’80% degli studenti sembra possedere. Una visione ed una pratica dello studio che la stessa scuola avvalora e ripropone. Anche i docenti, infatti, non sem­pre hanno un’idea dello studio elaborata critica­mente e proposta sistematicamente con coerenza e persuasività. Capita così che in un collegio docenti o in un consiglio di classe, alla do­manda: ” Che cosa è lo studio? “, le risposte oscillino tra utopie e “conti della serva”, per cui lo studio è identificato ora come ” pura passione” o come “investimento per il futuro”, ora come “impegno a prendere sette, accumulare crediti ed evitare debiti”,

Ci sono tuttavia genitori e docenti che sanno sia sintetizzare il valore e la funzione dello studio sia artico­lare e motivare definizioni operative ( Mazzeo 1997). Per questi do­centi e genitori è più facile edu­care allo studio e mediante lo studio. Vediamo come e perché.

2.1- Quando lo studio diventa scontro

“ Casa mia è diventata un inferno. E la colpa è dello studio”. Così inizia il colloquio una mamma in una sala professori. Ascoltandola mi viene in mente un’altra memorabile frase della materna disperazione di fronte al figlio che “boccia” continuamente lo studio: “ Non studia? Io lo lascio perdere, altrimenti l’ammazzo”.

Questi ed altri episodi, che ogni lettore potrebbe raccontare, se minimamente pensasse alla sua esperienza di genitore o di docente impegnato a “fare” studiare, dimostrano che la scuola e lo studio, spesso, invece, di essere fattori di soddisfazione che coagula ed arricchisce la famiglia, diventano  delle mine vaganti nella comunità domestica  e nella crescita personale dei figli.

Proviamo a cogliere la dinamica di tale conflittualità e tracciare una possibile via di uscita da questa situazione deprimente e drammatica, in cui si perde facilmente la pazienza, caratteristica fondamentale dell’educatore, si cade nella disistima nei confronti di sé, dei figli, dei docenti, della scuola.

Si osservi innanzitutto che lo studio diventa una mina vagante nei rapporti in casa quando i risultati scolastici non sono quelli che i genitori si aspettano.

Se il figlio rientra in casa con giudizi e voti positivi, non succede niente: ci si congratula ( raramente), ci si compiace di se stessi e dei figli (segretamente), nella riuscita dei quali, più o meno, ci si identifica. Sono i casi in cui lo studio diventa oggetto del narcisismo dei genitori e come tale viene trattato sulla scena dei rapporti interpersonali.

Prima o poi, però, la maggior parte delle famiglie deve fare i conti con l’insuccesso scolastico, magari solo momentaneo. In  quel momento, se il problema non viene affrontato nell’orizzonte della totalità dei fattori in gioco, cominciano i guai: malumori, rinunce, minacce, ricatti, fughe e ritirate sono all’ordine del giorno. Lo studio e la scuola diventano fonti di ansia e di conflitto. Conflitto tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli.

Conflitto tra marito e moglie. Consegnando la scheda di valutazione alla mamma di un ragazzo di seconda media, già ripetente, dovetti dirle che lo stato di “salute scolastica” del figlio peggiorava sempre di più.  “Lo so! – rispose – E’ colpa di mio marito: io dico una cosa e lui un’altra”. Notando poi la mia perplessità al riguardo, aggiunse: “Guardi, questo è così vero che  è una settimana che non ci parliamo”.

Esagerato, direte. Forse. E’ certo, però,  che se lo sguardo del marito non coincide con quello della moglie per quanto riguarda il bene del figlio, al quale ciascuno tiene moltissimo, il risultato é che ci si contrappone a vicenda, rendendo inutile il richiamo educativo e sterile la volontà di “far” studiare. Si consideri inoltre che quando si arriva agli eccessi evocati dall’episodio, sopra riportato,  è   perché ci sono altri elementi di conflitto tra marito e moglie  e l’andamento scolastico del figlio diventa solo un alveo e terreno di prova di uno scontro più vasto.

Un altro esempio. A sera rientra il marito, stanco e nervoso per la giornata. Marco è ancora lì che cincischia tra quaderni e compiti, mentre la televisione procede a tutto volume.” Come? Non hai ancora finito i compiti! Mi sai ripetere la regola della casa:? No ! Te la ridico per l’ennesima volta: i  compiti si svolgono al pomeriggio, non alle otto di sera! Capito, testone?!” Poi  si rivolge alla moglie: “ Siamo alle solite, cosa gli hai fatto fare nel pomeriggio?”

La donna  non risponde: non vuole esplodere. L’uomo insiste: “ Non sei capace di educarlo. Fa quello che vuole. Quello che sta succede,  sia chiaro, è solo per colpa tua !” . A questo punto il vulcano erutta tutto quello che solitudine, delusione, rabbia contenuta, spossatezza psicologica e stanchezza fisica avevano accumulato da quando Marco  era ritornato da scuola con la spada di Damocle dei compiti.

E Marco? Si convince che lo studio è un’attività pericolosa: “rompe” la sua vita, fa litigare i genitori, comporta problemi ingestibili. Che fare? “Tiremm innanz”, vorrebbe rispondere imitando eroi leggendari.

Ancora più evidente è il conflitto genitori- figli: “ Quanto hai preso oggi a scuola? Te lo dicevo io: guarda che ti interrogano. Ecco un’altra insufficienza. Devi studiare, capisci? Non vedi:  tutti noi lavoriamo, tu invece ti  rovini nel fare niente. Ma quando cominci? Guarda se studi, ti prometto… Se continui a non fare i compiti, ti bocciano. Ascoltami. Lo sai che ti voglio bene. Ascoltami: mettiti a studiare; ti prometto…Fallo per me. ”Si finisce in questo modo tra le ombre dei ricatti e le ambiguità degli affetti oppure si dà l’avvio al braccio di ferro sulla lunga tavolata del pomeriggio: “ Marco, quando ti metti a fare i compiti?” “ Subito, mamma. Lasciami guardare ancora dieci minuti la tv.” Dopo un quarto d’ora la signora riprende. “Allora, i compiti?” “ Ti ho detto di sì, mamma. Ora mi riposo un po’. Ho fame. Dammi la merenda”  Consumato la brioche, le patatine e la coca, Marco si accorge che la mamma ritorna alla carica. E questa volta deve davvero darsi da fare. Prende il diario. Lo apre… Ahi, non capisce cosa ha scritto. “ Mamma, telefono a Matteo. Non so  i compiti per domani”. Sfuriata della signora, lunga telefonata di Marco; svolgimento dei compiti rimandato ancora di mezzora… Intanto si fa sera…

Come uscire da questa situazione? Come comportarsi?

Prima di rispondere, invito ad annotare un’altra forma del conflitto in famiglia:  lo scontro tra fratelli,  tra il maggiore e il secondogenito, per esempio. E’ il conflitto di  competizione, che emerge, nell’incuria e superficialità dei genitori, quando tra due fratelli molto vicini di età, uno ha lodevole successo a scuola, mentre l’altro, assolutamente demotivato, accumula insuccessi. E’ la demotivazione dettata da strategie di fuga:  il  secondo ha paura di non essere bravo come il primo, di non raggiungere i traguardi del fratello, per cui non si impegna. La competizione a questo livello  è pericolosa; infatti, non è una gara tra squadre e  darà un solo vincitore, o no?

2.2- Un’arma di ricatto affettivo

E’ vero:  i conflitti tra genitori e figli, almeno entro certi limiti, non solo sono inevitabili, ma sono necessari per la crescita, anche nello studio (Lena 1986). Hanno la fisionomia di una dialettica necessaria per continuare a camminare avendo davanti una meta e a fianco una guida.. Se in famiglia c’è il clima che ad essa si addice ovvero quello di un luogo di accoglienza e di unità, allora queste crisi sono gestibili come i piccoli raffreddori: basta qualche piccola attenzione e tutto si risolve.

I problemi seri nascono quando il conflitto è  tra una proposta e il capriccio, tra l’urgenza del lavoro  o l’inerzia del figlio, tra i tempi del bambino e la pressione della scuola. Non solo nel campo dello studio. Il bambino sbuffa, batte i piedi, urla. La madre insiste e lo “costringe” anche perché pensa: “Chissà che cosa dirà la maestra? No, devi studiare. Qui comando io, non lui:”

Il bambino non conosce né contenuto né ragioni di questa specie di pensieri. Tuttavia intuisce che per il genitore lo studio é una cosa importantissima e mette in atto inconsciamente i meccanismi del  ricatto affettivo.

Ricordo una ragazzina, in prima media, che diceva: “Mamma, io svolgo i compiti  solo se tu resti qui vicino a me”; e la mamma era costretta a stare seduta con i gomiti sul tavolo, incatenata al capriccio della figlia per paura del giudizio dei professore e dell’insuccesso famigliare. L’attività  proposta dalla scuola era diventata una punizione vissuta in due.

Ricordo anche quello scolaro di  quinta elementare che in casa ripeteva urlando al genitore: “Io studio questa pagina di storia, solo  se  tu me la riassumi e me la sottolinei. Poi ti prometto che l’imparo a memoria.”

A volte i ricatti sono attivati dai genitori stessi  al punto che il figlio o resta eternamente bambino oppure si trasforma in ribelle indomito. Esempio,  un ragazzo diciassettenne, studente di un Istituto Tecnico, alto e grosso, viveva l’esperienza scolastica da “trascinato” felice e beato. In classe non interveniva mai, sembrava eternamente intontito. Interrogato, dimostrava sempre una grande confusione ed una povertà di linguaggio preoccupante. Il coordinatore del Consiglio di classe decide allora di convocare la madre. La signora si precipita affannata ed impaurita, subito il giorno dopo. Ascolta il professore che spiega la situazione; alla fine esclama: “ Non è possibile, il mio bambino è un bravo figliolo. Studia tutti i giorni con me; io leggo e lui ripete”.

A volte i ragazzi trovano la forza e si ribellano perché  non vogliono restare eternamente bambini. E’ quello che successe ad una studentessa di seconda liceo: da un giorno all’altro decise di abbandonare la scuola.  Perché? Per punire i genitori.

2.3- Lo studio non ammette sostituti

Nella drammaticità di questi conflitti e nella permanenza di quest’ambiguità, spesso ci si accorge (non si accetta il fatto) che i figli crescono, vogliono tagliare il cordone ombelicale, vogliono cominciare a vedere le cose con i loro occhi e con la loro testa. E magari il loro  no allo studio è segno semplicemente di qualcosa che vogliono comunicarci e non sanno come. Non ci si accorge di simili tentativi, per cui a poco a poco, nella situazione conflittuale descritta,  si cade nello scetticismo e nel disimpegno educativo oppure nella violenza dell’autoritarismo .

Lo scetticismo, a livello educativo soprattutto, è una resa: non  ci si aspetta nulla di buono dal nostro figlio/a. E quando l’adulto si arrende è davvero la rovina per i ragazzi: non hanno punti fermi, non sanno a che cosa aggrapparsi, manca loro un’ipotesi autorevole da verificare, per cui  è più forte il rischio del naufragio e della deriva.

Anche la violenza (“Devi fare come voglio e dico io”) semina strage, perché lo studio è gesto di libertà, intrapresa della conoscenza, rischio ed avventura personale. “L’imparare, lungi dall’essere qualcosa di passivo, implica una scelta quasi drammatica di situazione…Alla  radice dell’imparare c’è il gesto mentale di occupare una posizione : ap­punto la posizione di colui che vuol imparare .. Imparare è operazione lenta dif­ficile, indipenden­temente dal grado di intelligenza, dai talenti dell’allievo: proprio perché  dipende da quell’atto preli­minare di ac­cettazione profonda della qualità di soggetto che sceglie di impa­rare ”  (Gramigna 1987)

Questo “gesto mentale” (affettivo e cognitivo) non ammette sostituti. Né il padre, né la madre, né il docente, né altri, possono compiere questo gesto di aper­tura, di disponibilità, di dipendenza  dalla realtà, al posto di chi apprende. “L’apprendimento, infatti, è una responsabilità che non può essere condivisa. Chi impara deve scegliere di volere im­parare.” (Novak-Gowin 1989). Volere nel senso  di decidere (tagliare i ponti con l’acquisito, quindi rischiare) e  accet­tare  di “confrontarsi con le cose o con la rap­presentazione concet­tuale delle cose o con il mondo degli artefatti o con le informazioni della cultura…  di costituirsi come centro di rapporti si­gnificativi con il mondo e con se stesso “( Paparella 1988).Si tratta di  un volere  che é esercizio di responsabilità personale, a cui non si educa né dicendo: “Fai come dico io, studi come e quando  dico io, cioè quando io sono presente, sotto il mio diretto controllo”, e neppure affermando: ”Fai come ti pare e piace”.

Per educare alla responsabilità, anche nello studio, la cosa più semplice e naturale è di “far” compagnia, non tanto fisicamente (passando del tempo, come vedremo), quanto consegnando un’ipotesi di valore da verificare. Il punto delicato è la modalità di tale consegna. Facendo riferimento alla ricerca pedagogica potremmo indicare tali modalità, con espressioni come “coerenza amorevole”, esigente comprensione”, “ volontà fraterna contrariante” ( Mazzeo 1997), che fondamentalmente sono slogan per ricordare che la relazione tra genitore e figlio deve essere, anche nelle cose di scuola,  autorevole,  significativa e flessibile.

Per capire in cosa consiste la flessibilità o variazione di distanza nella relazione educativa,  osserviamo un bambino che sta imparando a camminare. Il piccolo è sul pavimento. Improvvisamente, con timore e tentennamenti, si  alza e si muove sulle gambe. La mamma, lieta e stupita per questi tentativi, gli sta vicino, gli dà la mano, poi solo un dito ed il bambino prova ad avanzare; ad un certo punto la mamma si stacca del tutto di un passo, il piccolo tende le manine, vorrebbe correre, perché la mamma con intelligenza indietreggia sempre di più ed è pronta ad intervenire, al minimo incidente,  per rassicurare il bambino…In questo modo, a poco a poco, egli impara a muoversi in spazi progressivamente più ampi , fino a “conquistare” il mondo.

Noi genitori a volte vorremmo evitare ai figli la fatica, la difficoltà, l’insuccesso o il fallimento. In questo o in quel campo,  soprattutto nello studio e nella scuola, se studio e scuola hanno per noi un  valore notevole. E’ per questo non sempre riusciamo a variare la distanza e quindi a facilitare l’avventura del rischio educativo.  Dimentichiamo che è vero che ciò che conta è il bene del figlio, la sua felicità; può darsi, però, che questa si attui in forme e in tempi che non rientrino negli  schemi nostri relativi alle modalità, al tempo, alla consistenza dell’umana realizzazione dei figli.. Questa è una cosa che genera dolore, a tanti livelli. Anche nello studio, tanto che a volte lo si vorrebbe eliminare.

2.4- Lo studio: un totem ?

Sostengo che  a volte si vorrebbe eliminare lo studio, perché é visto e vissuto come una specie di inciampo per la vita famigliare. E’ come se, nel salotto di casa, avessimo un armadio fastidiosamente ingombrante: vorremmo bruciarlo, liberarcene. Aspettiamo l’estate, ma anche qui sopravviene l’ingombro dei compiti delle vacanze. E magari anni, mesi e giorni prima era pensato, proposto e valutato come il totem di famiglia, di fronte al quale ci si inchinava oppure ci si arrabbiava fino a  tentare di frantumarlo e buttarlo nella spazzatura.

Spesso la proposta di apprendimento sistematico che fa la scuola é percepita come determinante la totalità della vita del figlio fino al punto che con lui  non si parla di altro all’infuori di voti, programma, carriera scolastica.

Quando propongo ai miei ragazzi un compito in classe,  dico loro: “Ragazzi ricordate che il compito non é contro di voi ma per voi. Serve per verificare quanto avete imparato, eventualmente per soffermarci altro tempo sugli argomenti che non sono stati ben assimilati.” Una ragazzina di prima media, l’altro giorno, mi ha risposto: “Professore, per lei é così, ma per i  genitori, no! A loro interessa quanto prendo”. Terribile questo giudizio sui genitori. Ha ragione la ragazzina: non conta il voto, la prestazione momentanea; quello che conta é il cammino.

Lo sguardo sull’esperienza scolastica del figlio da parte di un papà o di una mamma educatori, non riguarda il quanto, ma il come, non concerne la tecnica e il rendimento immediato, ma il metodo e la perseveranza nell’avventura della conoscenza. Occorre puntare gli occhi su chi é nostro figlio, sulla qualità della sua vita, sull’esperienza che sta vivendo, tenendo presente che per quanto riguarda il rendimento nelle prestazioni ci possono essere alti e bassi.

Non l’ossessione per il successo, ma uno sguardo positivo sulla realtà. Tra l’altro, questa é anche la strada migliore per il successo. Ecco ciò a cui deve tendere la comunicazione del genitore nel rapporto con i figli nelle sue varie forme, soprattutto quella tacita ed indiretta.

3- Percorsi per educare allo studio e mediante lo studio

Tra educazione e studio c’è uno stretto rapporto. Chi riesce negli studi ( non dal punto di vista dei voti, ma del significato),  significa che sta andando bene, perché sta accadendo l’incontro con la realtà  e quindi la crescita. Se un ragazzo vive con impegno e serenità lo studio ( non dico con successo; il successo dipende anche da tanti altri fattori), vuol dire che sta crescendo in un orizzonte ampio, per cui se ci sono difficoltà cerca di affrontarle in un modo consono all’ideale indicato.

L’educazione, non solo è meta, ma anche base dello studio. Infatti  un ragazzo,  che non è abituato a tenere gli occhi aperti e  non è capace di responsabilità per cui  non affronta i suoi problemi, anche quelli di vita quotidiana (es.  allacciarsi le scarpe, preparare la cartella, mettere in ordine il materiale di lavoro, ecc), difficilmente è protagonista del suo studio.  Se il rapporto con la realtà è povero, parziale ( se ci si muove con gli occhi chiusi, o semichiusi, tirando a campare, mangiando-bevendo-dormendo e guardando la televisione), è chiaro che non si studia o si studia male.

Il ruolo del genitore nello studio del figlio è quindi quello dell’educatore, di colui che intende introdurre un bambino o un ragazzo nell’immenso campo del reale, senza censurare nulla, indicando ipotesi di valore per la verifica personale del rapporto con le cose. Lo svolge pro-vocando, cioè chiamando fuori dal capriccio e dall’inerzia assecondando l’impeto che proietta ogni uomo nel paragone con le cose,  condividendo l’esercizio di questo paragone.

Spesso la provocazione si presenta come pressione esterna (docenti, dei geni­tori, compa­gni) e, più o meno forte, fino al punto di sostituire o annullare lo studente. Dovrebbe essere pro-posta, forte, dolce e tenace,  che  toccando il desi­derio, i bisogni, le esigenze dello studente, più facilmente,  mobiliti l’affettività e risvegli la consapevolezza del “potere, volere, dovere” svolgere un compito che è “per me”. Questo accade, quando nel rapporto educativo, la proposta ha le caratteristiche di un  avveni­mento, che di fatto invita ad una consapevolezza, illumina una corrispondenza pos­sibile e sperimentabile tra i biso­gni e le promesse intuite e contenute nel compito di apprendimento insegnato di questa disciplina, in quest’ora, con questo insegnante, in questa classe. Naturalmente, da un punto di vista educativo, ciò  “passa” dentro i rapporti personali, nel tempo che si dà ai figli (soprattutto nella qualità di questo tempo).

Il genitore “chiama fuori”, innanzitutto, con il fascino della propria testimonianza, all’interno della famiglia, nel lavoro,  anche nel modo di affrontare la realtà sociale e di vivere il tempo libero . Per esempio,  ho spesso notato che la retorica pessimistica del lavoro ( “ Che barba, anche domani in ufficio” , “ Che rottura il lavoro”), tanto diffusa nel mondo degli adulti,  induce i ragazzi ad un  atteggiamento scettico nei confronti della scuola e dello studio.

In secondo luogo papà e mamma  pro-vocano con  la pazienza propositiva, profetica e tenace, che è capacità di soffrire per amore, di aspettare un positivo mentre si im-pone (si propone continuamente),  di rispettare la libertà del ragazzo, di mantenere  la fiducia, che incute sicurezza, sostiene e motiva l’impegno concreto e operoso con la realtà e il compito. Ho scritto “profetica” perché  anche il genitore, come l’insegnante,  é il profeta del successo o dell’insuccesso del ragazzo nello studio semplicemente perché  sa guardare più in là e sa dire ( con l’essere ed i fare, più che con le parole): “Tu ce la farai, perciò ti propongo simile impegno” (Gibson – Anice 1986) .

Quando sistematicamente, con modi da giudice inquisitore, chiediamo: “Fammi vedere!”, noi buttiamo alle ortiche la pazienza e ci mettiamo la divisa dei controllori, la cui funzione è strettamente connessa ad una mancanza di fiducia verso il cittadino. Così, il ragazzo, nel tempo, si abitua a vederci come l’arbitro dello studio. Ora, l’arbitro non é l’allenatore: mentre il primo è generalmente, evitato, il secondo, anche quando dà fastidio, “rompe”, é “uno che é con me e per me”. Il bambino, come il giovane,  ha bisogno di sentire che l’adulto é con lui, anche quando lo si rimprovera.

Il genitore, per fare questo, non deve rimanere da solo: deve innanzitutto collaborare con la scuola e poi con  le altre agenzie educative (associazioni e quant’altro), presenti nel territorio che coinvolgono il figlio. E’ una collaborazione necessaria, diritto – dovere, della vocazione della famiglia, che può essere facilitata, se si hanno chiari alcuni itinerari percorribili.

Il primo itinerario percorribile da tutti i genitori, in ogni famiglia,  è indicare, con parole ed opere, la radice dello studio: l’amore alla realtà e alla vita. Il secondo  è quello di testimoniare in famiglia una concezione positiva dello studio e della scuola. Il terzo riguarda il  comportamento studioso ovvero uno stile di vita adeguato all’essere studente. Il quarto è facilitare l’acquisizione di abilità di studio, che vadano oltre la meccanica del “leggere e ripetere”, perché studiare vuol dire esercitare la ragione, pensare e appassionarsi sempre più al reale attraverso le discipline scolastiche.

3.1 – La radice dello studio: l’amore alla realtà

Per studiare occorre essere motivati nei confronti della vita e del reale, perché lo studio è un atto di amore e di volontà nei confronti delle cose (Lena 1986).

Volete aiutare i figli a vivere lo studio in modo efficace e non solo efficiente?

Aiutateli a rapportarsi con le cose, se stessi e gli altri, assecondando l’impeto della ragione e i motivi del cuore, perché il  luogo dell’apprendimento è la relazione io-mondo caratterizzata dall’attenzione, dalla domanda, dall’ascolto, dallo stupore.

Ho già documentato come l’attenzione, la domanda, l’ascolto e lo stupore siano le condizioni imprenscindibili di ogni forma di apprendimento umano e di conoscenza autentica (Mazzeo 1997). Mi limito pertanto a presentare alcune immediate esemplificazioni emergenti riflettendo sull’esperienza di questi anni.

Solitamente noi insegnanti a settembre, il primo giorno di scuola,  chiediamo agli alunni di parlarci delle loro vacanze. Ed essi rispondono: “Siamo andati al mare, in montagna…, di qua , di là, ecc.”  E noi incalziamo:  “Al mare, dove?”

E allora andiamo in  crisi: alcuni non sanno dove sono stati al mare, né si ricordano il paesino di montagna. Il tempo passato in villeggiatura, quindi, non è stato tempo di rapporto con la realtà. Sono stati momenti in cui sono semplicemente sopravvissuti, magari divertendosi. Il rapporto con il reale era frutto di  un solletico, non di una domanda. Non era caratterizzato da attenzione, da stupore. La vacanza non è stata un’esperienza, ma un sogno o un consumo o qualcosa del genere.

Ed andiamo in crisi perché pensiamo: “Come faranno a studiare geografia, il cui oggetto di studio è proprio il mare, la montagna, la città ?”

Un altro esempio. Se i nostri ragazzi crescono con il pregiudizio che la matematica non serve perché tanto loro faranno il liceo classico, allora studiano solo quelle poche cose che servono per sopravvivere nella scuola che frequentano attualmente.

Se poi nel pregiudizio, c’è lo zampino dell’adulto…! Mi raccontava una maestra che una madre, di fronte al quaderno disordinato del bambino di seconda elementare, su cui avevano iniziato ad annotare i primi rudimenti dell’insiemistica, ad un certo punto è uscita con la frase: “Guardi che mio figlio è come mio marito: la matematica proprio non la capisce!”

Molto probabilmente il bambino crescerà con il pregiudizio che la matematica non la capisce e non deve capirla, perché altrimenti  va contro il padre,  che vuole e deve imitare.

Terza esemplificazione: le gite scolastiche. Se non si combatte lo schema “predefinito” sulla gita della classe, la preoccupazione del ragazzo non è di “guardare” assecondando la voglia di conoscere, ma di stare in pullman, mangiare i panini, comprare, evadere, trasgredire, stare sveglio di notte, ecc. Un paio di anni fa, quando con la terza media sono  andato a visitare le tombe etrusche, c’era, sì, un gruppo di alunni che poneva  domande  e seguiva la guida, ma c’erano anche quelli che sbuffavano e ripetevano: “Sempre a camminare! Prof., cosa stiamo qui a fare: queste sono sassi, ci sono anche al nostro paese !”.

Perché succede questo? Perché questi ragazzi non sono educati a guardare oltre se stessi. Immersi nella cultura del narcisismo, sono tenuti a mollo nel soggettivismo, magari con adeguato addestramento multimediale e scolastico.

E se non sono introdotti alla totalità del reale, difficilmente studiano ( o studieranno) da uomini. Ungaretti, che cito a mente, afferma che “La poesia dovrebbe essere una risorsa per l’uomo: deve distruggere il pappagallo, la scimmia, il robot che abbiamo dentro e far venire fuori l’uomo’.

Noi possiamo “addestrare”  nostro figlio, condurlo a rapportarsi alle cose da pappagallo, da robot, da scimmia o da uomo.

Il fatto che un figlio si rapporti da uomo, a casa o a scuola, nello studio o nel tempo libero, può diventare pericoloso, perché può chiedere e dare delle ragioni diverse rispetto a quello che il potere dell’adulto riconosce e pretende. Ma dove sta l’amore del genitore se non è nell’affermazione del valore e della dignità dell’uomo? E qual il compito della famiglia, definita da Giovanni Paolo II “scuola di umanità”, se non quello di generare uomini?

Tra l’altro studiare da scimmia ( fermarsi su quello che pare e piace) non è studiare ovvero non è applicarsi alla ricerca della verità delle cose. Imparare da robot (da secchione moderno) non è imparare ovvero non è ingrandirsi, lasciarsi introdurre in spazi sempre più grandi, incontrare sempre cose nuove. Tantomeno studiare è mestiere di un pappagallo.

Si capisce che si studia da uomini solo quando lo studio è esercizio di ragione, amore alla verità delle cose, intrapresa solidale collaborativa dentro la crescente consapevolezza di essere “nani sulle spalle dei giganti” (Mazzeo 1997)

Vogliamo aiutare i figli nello studio? Aiutiamoli ad aprirsi ed appassionarsi alla realtà offrendo loro l ‘ipotesi che la tradizione ci ha consegnato e noi abbiamo verificato come corrispondente alle umane nostre esigenze. Senza apertura e amore al reale è impossibile la motivazione allo studio come applicazione sistematica, personale e guidata all’apprendimento proposto, controllato e valutato dalla scuola.

3.1.1 – La  voglia  dello  studio

Motiva il docente o genitore che contribuisce alla creazione, meglio alla scoperta di un valore (ciò per cui vale la pena) dello studio. Non si può dimenticare che l’uomo accetta il partico­lare ( esempio: studiare le tabelline), nella mi­sura in cui esso si palesa come realiz­zazione di un uni­versale. “Soltanto il grande, soltanto il totale, soltanto il sinte­tico animano l’energia umana nell’affronto del minuto e del quoti­diano” ( Giussani 1995, p.38).

Matrice di questa energia sono i bisogni e le esigenze dell’uomo: amore, verità, giustizia, felicità, ecc.

Motivare è perciò sviluppare negli studenti la consapevolezza dei bisogni, favorirne la rappresentazione in schemi di azione provocando all’esperienza. La voglia dello studio è  ” una motivazione posi­tiva… a cono­scere o a far qualcosa e, cioè, ad impegnarsi nell’esperienza” ( Giugni 1979, p.2O4). Ma “ciò che caratterizza l’esperienza é il capire una cosa, lo scoprirne il senso… E il senso di una cosa si scopre nella sua connes­sione con il resto, perciò esperienza significa scoprire a che una determinata cosa serva per il mondo.” (Giussani 1995, p.53). Si fa dunque esperienza di studio, dove c’è con­sapevolezza, intelligenza del senso dello stu­dio, scoperta e verifica di un progetto che riguarda sé e il mondo nel concreto di un compito di apprendimento ( conquista di conoscenze, sviluppo di abilità, acquisizione di competenze), assegnato nel contesto della situazione pe­dagogica .

In altre parole c’è la voglia dello studio  qu­ando lo studente si accorge che un suo bisogno può avere una risposta efficace, raggiungibile nello e mediante lo studio; e si accorge perché, come abbiamo visto,  c’è una provocazione ed una condivisione cariche di una promessa, che riguardano “proprio lui”.

Proprio perché ri­guarda “lui”, la motivazione allo studio non esiste in astratto e non è intercambiabile: ciò che per un certo studente si rivela effi­cace, per un altro, invece, non ha nessuna incidenza; ciò che ha funzionato come sprone allo studio nella vita del genitore,  non è detto che funzioni nel figlio.

Chi intende motivare gli alunni e/o propri figli deve tenere conto di questo carattere personale della motivazione e deve tener presente che la motivazione allo studio è innanzitutto, un problema di cultura e di educazione. Non è questione di tecniche, né di magie psico-professionali. Riguarda la cura delle domande, lo sguardo alla totalità, l’uso della ragione. Accade in un rap­porto educativo, in un’educazione, che è giustamente è stata definita  ” opera d’a­more’ (Lena 1986).

3.1.2– Aiutiamoli a vivere

Elementi facilitanti la nascita e lo sviluppo dello motivazione allo studio non sono allora i richiami al dovere e alla nobiltà dello studio, né la chia­rezza delle ragioni e la solare utilità dei progetti, né  l’esercizio del potere da parte degli adulti, né lo sforzo di volontà degli alunni.

Il problema della motivazione è ultimamente un problema di attenzione alle ragioni del vivere. Dovremmo aiutare i nostri figli, in altre parole, a rispondere alla domanda: “Perché studiare” in connessione a quella: “Cosa ci sto fare al mondo: perché vivo?”

Considerare seriamente tali domande e tali connessioni significa im­boccare la strada della promozione di au­tentiche ed effi­caci motivazioni.

E’ la strada che potremmo definire della cultura della responsabilità, quella che conduce il bambino e il ragazzo a dare al suo studio un contenuto qualificato sia livello sogget­tivo (“è il mio progetto, è il mio studio, è il mio compito”) sia a livello og­get­tivo ( “è il progetto adeguato alla scuola e alla classe che fre­quento”).

La famiglia non può proporre, sostenere e controllare semplicemente progetti di so­pravvivenza (di non mortalità scolastica). Deve puntare alla “promozione” della qualità di vita dello studente: a proporre e valoriz­zare “ciò che fa crescere” la ragione e l’affettività dello studente. Questo implica il rifiuto della complicità a “quel sì anonimo “, strappato tra minacce, premi e castighi che vediamo nelle aule sco­lastiche e in casa, per cui abbiamo sempre più studenti trascinati e refrattari.

“Il vero studente è uno che sa vivere” (Mazzeo 1990): è uno che sta con gli amici, ascolta musica,  fa sport e tante altre cose,  con la tensione a coglierne e verificarne il senso…

Se vogliamo aiutare i figli nello studio, aiutiamoli dunque  a vivere, aiutiamoli ad acquisire una posizione umana attiva e non passiva nei confronti delle cose, di tutte le cose: nel gioco, nel vedere la tv, nello stare con gli amici….  accompagniamoli nella comprensione del senso delle cose e della vita.

3.1.3- Non esistono ricette

Dal discorso fin qui svolto si capisce che nel promuovere motivazioni non esistono ricette. Come in ogni altro atto educativo bisogna accettare il rischio di fallire. L’educazione senza la consapevolezza di questo rischio diventa prima o poi violenza, maschera di una volontà di onnipotenza, che però non tarderà a tramutarsi nello scetticismo e nella disperazione educativa. ( “Lo lascio perdere, se no l’ammazzo”).
Non esistono dunque, per fortuna, ricette nell’educazione. Ci sono esperienze che documentano criteri, ideali, passi, problemi affrontati e risolti, difficoltà insuperate. E’ proprio a partire da una riflessione su queste esperienze che mi permetto di formulare dei suggerimenti, che naturalmente vanno assunti e verificati cum grano salis. Eccoli:

  • Assecondare o elevare realisticamente il livello di aspirazione (dobbiamo ridimensionare la tendenza all’autosvalutazione o alla presunzione dei ragazzi);
  • fornire delle idee concrete su come raggiungere le mete (es. programmazione dei tempi dello studio);
  • non sostituirsi nei compiti difficili, ma condividerne la fatica;
  • porre delle mete e dei traguardi precisi ed adeguati al ragazzo (passare da 10 a 5 errori, per esempio…);
  • coinvolgere nella scoperta delle ragioni dell’insuccesso;
  • far costruire un orario settimanale che permetta di sperimentare che tra la vita (gioco, amici, TV, …) e studio non esiste opposizione;
  • manifestare sempre un’attesa positiva, tenace e paziente nei confronti dei ragazzi (l’educatore é profeta del successo o dell’insuccesso dei ragazzi).

E il castigo, la punizione? Per rispondere a questa domanda occorre ricordare che, in genere, la lode è sempre più efficace del premio perché infonde fiducia in sé stessi; tra premio e castigo è certamente meglio il premio (non in denaro ovviamente); a volte si rende necessario anche il castigo ( non vedere la tv, non uscire questo pomeriggio, ecc.), ma questo è efficace se è immediato, proporzionato, trasparente di amore, soprattutto. In altre parole il ragazzo deve capire che la punizione è frutto del desiderio del bene, non espressione di vendetta del potere.

In ogni caso, bisogna evitare l’indifferenza e cercare di praticare l’arte dell’incoraggiamento.

3.1.4 – L’arte dell’incoraggiamento

Incoraggiare nello studio vuol dire rassicurare i nostri figli sulla strada del compito di apprendimento mantenendo uno sguardo realistico positivo. Realistico: considerare i figli come se fossero dei geni, né nemmeno degli “scemi”! Una volta una mamma affannata e desolato mi ha chiesto, al colloquio di ricevimento: “Mi parli di quella bestia di mio figlio!” – Quella mamma vedeva solo il negativo del figlio. Un’altra volta un babbo e una mamma dopo che ho raccontato loro del figlio, mi hanno risposto: “Ma lei si sta confondendo! Non sta parlando di nostro figlio! Forse lei lo ha confuso con un altro alunno di un’altra classe”. – Evidentemente c’era in quei genitori una visione non realistica del figlio.

I nostri figli e i nostri alunni rendono se sono accettati ed accolti così come sono, bisogna che si sentano amati fino in fondo così come sono! In uno sguardo d’amore ricevono l’assicurazione del successo non semplicemente scolastico né formativo, ma umano. Incoraggiare vuol dire, invece, affermare: “So che vali di più e che ce la farai”.

Come questo incoraggiamento può avvenire?

“Bravo! Ma guarda come sei bravo!” – Possiamo dire (…e non per finta),

evidenziando  un positivo nel lavoro del figlio, valorizzando un aspetto del tentativo dello studente. Quando il nipotino viene vicino a me, fa uno scarabocchio, mi dice: “Questo sei tu!“ – Se io rispondo con parole e pensieri del tipo: “Ma cosa hai combinato, che sgorbio è questo? Non sei capace di fare niente!”, io divento peggio di Medusa: tramuto in pietra la voglia di un bambino di quattro anni di misurarsi in un tentativo di disegno: tra l’altro ci riesco, proprio perché il nipotino mi stima moltissimo.

Se invece dico: “ Bello!… – e  non posso fermarmi lì, perché evidentemente non è bello! –  Ma dove sono gli occhietti? Fai bene gli occhietti- E gli lascio il tempo per disegnarli -. Dove sono i baffi, dov’è il collo …? “- A poco a poco il bambino  costruisce una figura umana perlomeno completa, grazie alla pratica dell’arte dell’incoraggiamento.

3.1.5. Verso una compagnia più grande

In questo impegno di educazione allo studio e mediante lo studio, nella riproposizione tenace di motivi ragionevoli per iniziare e compiere l’azione – studio, la famiglia non può pensarsi e muoversi da sola. Ricordiamo che essa é per natura “comunità di amore”, soggetto comunitario, inserito in un tessuto di relazioni che vanno oltre le quattro mura di casa.

Da qui altre tre suggerimenti:

  • collaborare (cercare e proporre collaborazione) con la scuola e con le altre agenzie educative (gruppo sportivo, oratorio, ecc. …);
  • cercare di valorizzare (dare il giusto valore) alle amicizie e alle compagnie dei ragazzi. Non possiamo dimenticare che le motivazioni vanno verificate in una compagnia più grande. Passando dalle elementari alle medie, per esempio, i ragazzi manifestano una voglia sempre più grande ed ambigua di sganciarsi dalla famiglia. E’ il momento della compagnia come “nuova mamma”. In essa si impara di nuovo tutto (o quasi), anche il modo di considerare lo studio;
  • impegnarsi a costruire sempre di più spazi di incontro, di dialogo, di impegno con altre famiglie.

Concludo questo elenco di “cose da fare”, sottolineando che conta soprattutto lo svolgersi attivo della consapevolezza che  la motivazione allo studio e nello studio non vanno mai sganciate dall’amore a sé, al proprio destino e, quindi, al desiderio di felicità.

3.2 – Testimoniare una concezione positiva dello studio e della scuola

Cosa è lo studio? Cosa è la scuola?

Per i ragazzi : tortura, peso, noia, ecc.

E. per i genitori?

Gusto – conoscere- apertura all’umanità -apprendimento – lavoro – arricchimento – uscire da sé – verità di sé – capire….

Sono interessanti tutte queste parole, pronunciate in un’assemblea di classe,  perché permettano di enucleare una concezione positiva ed operativa dello studio, ben sapendo che ognuno di noi si comporta in base agli schemi, che ha in testa, indicati alla nostra consapevolezza dalle parole (Nuttin 1983).

A – Lo studio è innanzitutto un complesso di attività (lezione, esercizio, interrogazione) di apprendimento consapevole ed insegnato, finalizzato all’incontro con la realtà. Commento questa definizione portando degli esempi.

Esempio n. 1. I ragazzi dicono di aver svolto gli esercizi, poi magari hanno scritto l’esercizio di matematica sul quaderno di italiano; oppure dicono di non aver capito, ma non hanno neanche letto le istruzioni dell’esercizio. Allora? Il problema è che svolgono l’esercizio per l’insegnante, e  non per imparare.

Lo studente deve svolgere l’esercizio per sé. Segno che ciò accade è il fatto che al termine si chieda: “ Ho imparato? No, allora l’esercizio non è svolto.”

Esempio n.2. C’è l’interrogazione in classe. L’interrogazione che cos’è? Serve all’insegnante per dare il voto? No, è un momento importante per imparare, per chi è “fuori” (alla cattedra) e chi è al posto.

“Un complesso di attività di apprendimento consapevole..”.

L’apprendimento è consapevole quando lo scolaro  sa cosa vuole, cosa sta facendo e il perché lo sto facendo, per cui in quell’attività finalizzata all’apprendimento “ ci sta”  totalmente.

Lo “starci totalmente” è forse la cosa più difficile oggi. Sempre più si pensa, in un delirio di onnipotenza di poter essere davanti al libro, con la televisione accesa, la Coca Cola, magari con la cuffia sulle orecchie… Contro questa pretesa e questo vizio, occorre ribadire che è meglio un quarto d’ora di studio consapevole che un pomeriggio intero sui libri, in cui però si compiono ( meglio si crede di compiere) altre cose: vale di più un quarto d’ora di relax che un pomeriggio di “far niente”.

Da qui l’aut – aut   che Guitton,    indica come regola d’oro del lavoro intellettuale   nei seguenti dei termini:  “Non tollerare nè semilavoro nè semiriposo. Datti tutto intero o distenditi in modo completo. Che non ci siano mai in te me­scolanze del genere.”  ( Guitton 1980, pag. 25)

Oltre che consapevole, lo studio è apprendimento insegnato  e sistematico. Insegnato, ovvero non istintivo, spontaneo, perché è prpoposto, sostenuto, valutato  nella triangolazione docente-alunno-materia ( Meireu 1990). Sistematico: non si può studiare solo quando si è sotto torchio, in vista di un’interrogazione generale o di un compito in classe. Lo studio è un’intrapresa di ogni giorno scolastico.

B- Lo studio, come ogni azione in cui si impara a conoscere, a esprimersi e a costruirsi, è un gesto carico di significato che si compie per la promessa di un guadagno. Del resto “imparare” significa “procacciare” qualcosa per sé, guadagnare.

E l’attesa e la certezza del compiersi di tale promessa che rende lo studio  “gustoso’, procura sapore, quindi sapere. Se non c’è gusto, non c’è studio, non c’è apprendimento.

Non si tratta di nascondere l’altra faccia dello studio: la monotonia, la rinuncia, la fatica. Non è necessario ricorrere alla retorica e all’inganno per “far” studiare. Basta fare riflettere sull’esperienza ed evidenziare che anche il gioco,  lo sport, la tv…costano fatica, perché sappiamo quanto gusto provino i ragazzi nel giocare, nel fare sport, nello stare davanti alla tv. L’obiezione non è la fatica, ma il l’assenza di significato, l’inconsistenza della promessa, la scarsità del “guadagno” .

C – E la scuola? La scuola in famiglia dovrebbe essere sempre più proposta come un una  dimensione ( non preparazione) della vita; una compagnia guidata in un lavoro culturale che ha un significato per l’oggi. Lo studio non può essere semplicemente proiettato per il futuro.  Non è semplicemente “investimento per il domani”, ma risorsa per la soddisfazione di oggi, così come è ogni vero lavoro, perché è gesto, contributo, cooperazione della propria libertà verso il destino buono di chi vive in casa con noi e di chi incontriamo.

Come testimoniare una tale concezione positiva dello studio e della scuola?

Nel dialogo, nella costante provocazione, in una compagnia significativa più grande, che presenti lo studio in modo concreto ed operativo come applicazione libera dell’intelligenza, senza astrattezze e senza moralismi, tenendo conto dell’età, del bisogno, del tipo di scuola del figlio, documentando, per esempio, che il “fare” i compiti è un’attività, che con la dovuta regia, può giocare un ruolo efficace per la piena realizzazione dell’io e il benessere di tutta la famiglia.

3.3 –  Guida alla regia della giornata

Lo studio è ” un’azione lunga e spesso rinnovata. E’ dunque di somma importanza che sia ben organizzata e che il tempo che vi dedichiamo non vada perduto” (Nicole 1988, p.215).

Perché il tempo non vada perduto e l’organizzazione sia di qualità occorre acquisire l’abitudine a pianificare tempi ed attività.

Ciò non è molto facile, soprattutto in una clima culturale giovanile che confonde progetta­zione con esecuzione, separa l’azione dal pensiero (e viceversa), scambia il sogno con la realtà.

E gli adulti cosa dicono e come si comportano al riguardo?

Oscillano, per la maggior parte, tra l’autoritarismo del tutto preconfezionato (“Prima fai questo…poi quest’altro) e il permissivismo dell’istintività e dello scetticismo (“Fai come vuoi”, “Io non ti dico più nulla…Ti arrangi: non mi vuoi ascoltare!”). Solo pochi seguono la strada della con-segna  di ipotesi di valore su come e perché gerarchizzare gli impegni e le attività alla luce di criteri di autentica razionalità.

3.3.1-  Criteri per la pianificazione dello studio

Sono numerosi, almeno stando alla letteratura sull’ar­gomento. Preferisco metterne in evi­denza alcuni, esplicitando tre convinzioni.

La prima è questa: la  pianificazione  fa  guadagnare tempo. Infatti  favorisce  un migliore rendimento negli studi e lascia  il giusto spazio agli interessi e alle esigenze   extrascolasti­che. Rivolgendosi agli studenti Di Fazio osserva giusta­mente: ” O pro­grammiamo la nostra giornata o la subiamo; o imponiamo noi una regia agli  impegni, ai fatti, alle scadenze, oppure ci verrà imposta dagli impegni, dai fatti e dalle sca­denze, anche contro la nostra volontà” (Di Fazio,  1981, p.71) E a nulla vale lo stile   “farfalla” o   “rino­ceronte” : studiare passando da un ar­gomento ad un altro senza un piano preciso ( studente farfalla) o buttarsi a capofitto  nello svolgimento del la­voro senza prima avere pianificato le attività (studente rinoce­ronte) .

Redigere dei programmi di lavoro, fissare delle scadenze, precisare gli obiettivi con l’intenzione e con l’impegno  di rispettarli, “aiuta a delimi­tare immediatamente il campo d’azione in senso cronologico e dimensionale ” (Buzan 1982, p.138) e ha ” il vantaggio di favorire il verificarsi dei giusti collegamenti all’interno della nostra mente” (idem,138). L’individuazione di un piano di lavoro, inoltre,  da una parte  ridimensiona le nostre ansie e le sterile ruminazioni su quanto avviene (Rovetto 1990, p.124), dall’altra aiuta a superare l’inerzia e l’apatia, perché offre al nostro animo un chiaro e concreto punto di applicazione .

La seconda: la pianificazione é per il figlio  e non viceversa.

Questo significa innanzitutto che il fine della pianificazione è la crescita del bambino e del ragazzo.  Perciò gli obiettivi particolari degli interventi, fina­lizzati ad insegnare a programmare lo studio, sono traguardi sulla strada dell’educazione a vivere la coscienza e il senso del tempo.

Lo studente, piccolo o grande, deve essere guidato a  prendere atto, “per quanto possa sec­carsi” di  alcuni dati incontrovertibili: il tempo non è “un’entità immensa” (le ore del giorno sono venti­quattro), “non siamo eterni”, “il nostro tempo e le nostre ener­gie sono limitate” per cui è meglio  impegnarsi a “raggiungere scopi ed obiettivi in qualche modo significa­tivi” (Rovetto 1990,117ss).

Guidato, perché diventi protagonista della gestione del suo tempo.

Ecco la terza convinzione: la pianificazione è del figlio. Questi ha diritto a una ge­stione personale del suo tempo e a una scelta altrettanto per­sonale delle priorità .

Ovviamente l’esercizio di questo diritto e di quest’autonomia è una meta educativa. Una cosa è costruire un orario di studio  con uno scolaro di terza elementare, un’altra cosa è in­segnare a pianificare il tempo con uno studente di terza media. Quello che è certo è che non esiste un orario di studio personale per tutte le stagioni, per tutti gli scolari e gli stu­denti di tutti i tempi e di tutte le latitudini. Il  piano di la­voro è un’operazione di intelligenza e di libertà, per cui  va continuamente controllato, riadattato  aggiornato secondo criteri di personalizzazione (inclinazioni, esigenze, capacità, stile di apprendimento), di operatività, di efficacia, di lievità e di significatività esistenziale.

3.3.2 – Una pianificazione personale e personalizzata

Gli insegnanti ed i genitori possono facilitare la personalizzazione della regia della giornata, innanzitutto, favorendo la conoscenza e il rispetto dell’unicità e dell’originalità dei singoli studenti, e, in secondo luogo, svolgendo la   funzione  di punti di equilibrio e di sicurezza (tutela in certi periodi e per certi ragazzi) nell’organizzazione del tempo, senza mai, però, operare una sostituzione e dere­sponsabilizzazione dello studente e del figlio.

Il loro compito è sugge­rire, sostenere, orientare la regia nella condivisione della fa­tica, dei fallimenti e dei successi della gestione del tempo e delle attività pomeridiane. Sanno, infatti, che i più piccoli non hanno ancora il senso del tempo e del lavoro; e che i ragazzi e gli adolescenti passano da un eccesso all’altro: “studio matto e disperato”  un giorno, “dolce vita” un altro.

In questo contesto, per esempio,  è  opportuno e doveroso ri­chiedere agli studenti, soprat­tutto della scuola dell’obbligo,  farsi consegnare per iscritto l’orario degli impegni (non solo scolastici) del po­me­riggio e della settimana .  Ciò , evidentemente, non per un eccessivo zelo o una mania di super-controllo, ma per affermare che è esiste ed é consigliabile  il   riferimento ad un adulto, un riferimento    per la  libertà dello studente, per una  razionale gestione del  tempo, per uno stile di vita disciplinato (autodisciplinato). L’orario è come un vestito: si confeziona su misura affidandosi alla maestria del sarto di cui ci si fida.

Lo scopo di questo aiuto  è che bambini e ragazzi, crescendo, imparino a gestire il proprio tempo in modo personale ed autonomo. Il prerequisito per que­sto apprendistato è guardare, conoscere e   accettare se stessi e gli altri con “positività”, ricordando che nulla deve essere censurato e tutto deve essere colto nella sua capacità di “richiamo” a ciò che ef­fettivamente soddisfa le esigenze dell’uomo studente, lo realizza e lo rende “felice”.

3.3.3 – Determinazione delle priorità

La pianificazione, oltre che personale e personalizzata, deve essere efficace. Ciò comporta da una parte chiarezza degli obiettivi e delle priorità e dall’altra apertura e flessibilità.

La concretezza e la specificità degli  obiettivi implica  consapevolezza dei vincoli e degli ostacoli sogget­tivi (esigenze personali, capacità e stili di apprendi­mento, ritmi biologici, “carriera scolastica” precedente, lacune da recuperare, interessi extrascolastici, ecc.) ed oggettivi ( tipo di scuola e di compito, famiglia, classe; quantità, natura e  scadenza dei compiti, ecc.).

Siccome gli obiettivi e i vincoli sono numerosi, è necessario determinare delle priorità. E’ utopico pensare  di potere fare tutto  senza un ordine, “presto”, con garanzia di profitto sicuro. E’ un’utopia che a seconda dei casi nasconde l’in­fantilismo,  la nevrosi  e/o la violenza dell’ “onnipotenza del desiderio”.

Oltre che rispettosa dei dati di realtà, coerente con gli obiettivi e precisa nelle priorità, la pianificazione dovrebbe essere flessibile  aperta a tutto: allo studio, all’incontro con gli amici, alla televisione, allo sport, agli hobby… met­tendo  nel periodo di scuola  al primo posto lo studio, diversa­mente da quello che succede  in   vacanza.

Quest’organicità e questa tensione alla totalità comporta che chi aiuta i figli a studiare dia una risposta positiva ed adeguata anche al problema del tempo libero. Infatti nell’aiutare ad acquisire un metodo di studio sono implicite anche ragioni e modalità della proposta che il tempo libero, “luogo della più trasparente scelta dell’adolescente”, sia    per lo studente documentazione a se stesso del proprio interesse alle  ipotesi di valore, insite nei compiti di apprendimento, e all’ipotesi educativa immanente al rapporto con l’educatore (Giussani 1995, p.66).

3.3.4 –  Il tempo dello studio

La pianificazione dello studio, in fondo, non è altro che l’esito di una risposta ragionevole alle do­mande:  quando studiare? per quanto tempo studiare? come distribuire tale tempo? quali materie studiare prima e  quali dopo? quanto tempo dedicare a questa e quell’altra materia?

Risposta ragionevole perché  considera tutti i “dati” che la situazione impone: la qu­antità di pagine da studiare, il numero di lavori, gli obiettivi di apprendimento proposti dall’insegnante (anzi, dagli inse­gnanti), il grado di assimilazione che la disciplina richiede, le sue esigenze di riposo, di incontro con gli amici, ecc.

Solitamente con i miei alunni rispondo al  primo gruppo di queste domande dicendo che il tempo dello studio, normalmente, durante l’anno scolastico, è da prevedere in quattro momenti: l’ora di lezione, la ripresa, la preparazione per il giorno dopo e/o i giorni successivi, il ripasso.

A – Lo studio inizia in classe

Sono tempo di studio innanzitutto  le cinque ore di lezione che, in genere, i ragazzi sciupano, soprattutto crescendo. Quando dico l’ora di lezione intendo non solo la spiegazione, ma tutto quello che si fa a scuola… dalla spiegazione alla correzione, dalla ricerca al lavoro di gruppo, dal documentario alla gita.

‘Oggi che cosa hai imparato?”. Non poniamo domande del tipo : “ Oggi che voto hai preso” “Quanto ti ha dato la maestra”, perché è ben maggiore il guadagno che vorremmo per le persone a cui vogliamo veramente bene.  E non chiediamo nemmeno : “ Cosa è successo in classe” , perché o ci rispondono con uno sbrigativo “Niente!“  oppure si sentono invitati al pettegolezzo su fatti e misfatti dei protagonisti del  sottobosco della classe.

“Oggi che cosa hai imparato?”. Può darsi che, all’inizio i figli non ci rispondano, e che poi dopo il terzo, quarto giorno comincino a dirci qualcosa, solo perché abbiamo smesso la divisa del controllore e ci siamo rivelati con il viso di chi “si interessa davvero a me e ai fatti miei”.  Forse non vi risponderanno in modo logico, verbale, discorsivo, perché nel clima di casa, a volte, è difficile la comunicazione verbale, si preferisce quella  per sottintesi, silenzi, mimica e gesti.

Ovviamente se c’è  domanda “allora cosa hai imparato oggi?”, deve esserci anche il desiderio di ascoltare la risposta, di ascoltare l’esperienza secondo i ritmi ed i modi che il ragazzo può o vuole scegliere.

Vorremmo subito essere informati di tutto, con idee chiare e distinte e questi, invece ci dicono: “Lasciami perdere, uffa, non rompere…”. Più tardi, magari, eccoli a dire: “Mamma lo sai cosa abbiamo fatto oggi? “ –

In questo modo  noi a poco a poco comunichiamo che andare a scuola è una cosa bella e importante,  per cui vale la pena fare fatica.

B – Lo studio nel pomeriggio a casa

Il secondo momento di studio che io propongo è la ripresa delle lezioni del mattino: va effettuata immediatamente per una ventina di minuti (per le elementari possono bastare anche cinque, dieci minuti).

Chiesi una volta ad un ragazzo che cosa aveva fatto la prima ora di lezione e la risposta fu: “Non mi ricordo”. Chiesi, allora, della seconda ora ed il ragazzo ricordava di essere stato interrogato e di aver preso una grave insufficienza. Cercai, infine, di capire quali domande gli avesse rivolto il professore, ma il ragazzo non seppe rispondermi. E’ evidente che quel ragazzo aveva sciupato due ore.

Il terzo momento è la preparazione del giorno dopo o delle materie dei giorni successivi. In questo caso l’ideale sarebbe suddividere il tempo in unità di attenzione. Per esempio: si potrebbe svolgere un momento di studio di venti-quaranta minuti (dipende dallo stile di apprendimento e dalla resistenza, anche, del soggetto), poi una brevissima pausa e di nuovo venti-trenta minuti di studio; dopo questo momento si potrebbe effettuare una pausa lunga, nella quale svolgere anche attività sportive con gli amici, ascoltare musica, ecc. … E’ importante tenere presente che la pausa non deve essere dettata dalla “voglia”, altrimenti può capitare che si passi tutto il pomeriggio senza che lo studio sia proficuo. Occorre scegliere. Programmare quanto tempo occorre per svolgere un determinato compito, dopo di che si può effettuare la pausa.

La pianificazione dello studio è, comunque, individuale. Il ragazzo si sente prigioniero se altri scelgono per lui; occorre che sia lui a scegliere la pianificazione che più ritiene adeguata a sé.

Il quarto momento di studio è quello da dedicare al ripasso (dieci-quindici minuti). Può essere prima o dopo cena e il genitore ha la possibilità di intervenire, ascoltando la “recitazione” della lezione. Se non c’è questo ripasso, può succedere che il ragazzo che ha studiato, creda di sapere, dato che ha una memoria a breve termine molto forte. Man mano che passa il tempo, siccome la memoria a breve termine è una memoria di lavoro, si applica a cose nuove; così, il giorno dopo, il ragazzo non ricorda più niente.

Per questo, a volte, magari alla sera, coi figli più piccoli,  si potrebbe svolgere il gioco dei ruoli: “Ora tu fai l’insegnante ed io faccio l’alunno, spiegami la lezione che hai studiato…” Col figlio più grande noi potremmo invece ribadire: “Senti, se vuoi io ti posso ascoltare nel ripasso della lezione di storia. Se vuoi ti ascolto nella lettura del tema.. “ E’ un atto di disponibilità , è il gesto di un’offerta : “ Io sono a tua disposizione, se vuoi prendimi”. E quando il ragazzo “mi prende,  io non lo sostituisco, ma lo sostengo”.

3.3.5 – Organizzazione dello spazio

Lo spazio, dove studiare, deve essere privo di distrazioni. La televisione accesa, ad esempio, non ha senso, la musica, invece, dipende dallo stile di apprendimento dello studente. A Piacenza una ragazza mi ha detto: ”Quando studio, se c’è silenzio, io mi spavento, ho paura..!” Quel giorno ho  capito che in certi momenti, per certe persone la musica diventa come la tappezzeria di una stanza e quindi non disturba. . .

Chi può dare comunque l’ultima risposta è il ragazzo, è lui che deve dire: “Io con la musica rendo di più o rendo di meno” ed arrivare quindi a scegliere se  spegnere la radio, studiare e poi ascoltare, magari per un’ora, solo musica oppure fare l’uno e l’altro insieme senza gustare niente….!

Ecco una bella provocazione per la responsabilità ragazzo, con intelligenza e pazienza Organizzare il luogo non vuol dire fissare delle leggi (es.:  “tu devi studiare in camera tua !“…). Può darsi il ragazzo abbia bisogno di studiare in un’atmosfera dove avverte la presenza umana, in cucina, ad esempio ed allora alla televisione, forse, dovrà rinunciare il genitore. Può darsi che le sue preferenze vadano ad un luogo silenziosissimo. Per questo, è inutile (anzi dannoso) costringere a stare in una stanza piuttosto che in un’altra: quello che conta che sia uno spazio salubre, capace di  favorire non solo la concentrazione, ma anche il reperimento e la conservazione del materiale di studio: i suoi libri, i suoi quaderni, le sue cartelle, le sue matite; conta, insomma che sia un luogo “suo”.

4 – Il compito dei genitori nei compiti dei figli.

Lo studio implica, oltre alla posizione fin qui descritta, anche delle tecniche e delle strategie. Queste sono così importanti che a volte, erroneamente, si pensa che il metodo sia solo questione di tecnica.

Cosa può fare un genitore per aiutare i figli ad acquisirle? A dire il vero, poco, perché l’insegnamento delle abilità dello studio è compito del docente. Vediamo cosa.

Innanzitutto partiamo dalle abitudini dei nostri figli. Essi di solito di fronte ad una pagina scritta, oggetto di studio, scimmiottano, meglio meccanicizzano, due operazioni fondamentali dello studiare sui libri: leggere e ripetere, confondendo lettura con azione visiva e ripetizione con riproduzione meccanica.

Siccome studiare è agire mentalmente, è pensare, le operazioni da compiere non sono mai meccaniche ed impersonali. Non sto dicendo che non si deve né leggere né ripetere. Intendo dire che sia la lettura sia la ripetizione, finalizzate ad un obiettivo (apprendere: afferrare con la mente), implicano la ragione, l’affettività, l’immaginazione dello studente, per cui la formula “leggere – ripetere”  è da scomporre nei fattori dei correlati all’apprendere: sorprendere, comprendere, riprendere, intraprendere.

4.1 – “Leggi e ripeti”: come?

Rimandando la descrizione delle suddette operazioni al mio testo propongo di considerare alcuni fotogrammi dell’azione-studio sia nel suo svolgersi sia nell’aspetto di eventuali interventi dei genitori.

Lo studio di una pagina di un testo dovrebbe partire dalla lettura esplorativa. Si tratta di dare alla pagina uno sguardo generale e veloce, più con l’occhio che con le labbra, considerando i titoli, le illustrazioni, i caratteri diversi di stampa e ponendosi delle domande. Il tutto per farsi un’idea, per attivare le conoscenze previe, per programmare il tempo dello studio.

Cosa può fare il genitore in questa fase?

Il genitore potrebbe porre delle domande alle quali il ragazzo deve cercare velocemente una risposta. Se il figlio è piccolo, si potrebbe giocare  con lui all’ “apri il libro e rispondi”. E’ una tecnica molto semplice. Si pone una domanda sull’oggetto di studio in questione e si invita il figlio a dare una risposta, dopo brevissimo tempo (il tempo di una lettura esplorativa). Naturalmente potrebbe essere il figlio a formulare le domande e il genitore a dare la risposta.

Lettura integrale . Dopo questo “assaggio”,  si passa ad una lettura integrale finalizzata a cogliere il significato letterale. In questa fase, automaticamente, scatta l’abilità della “parafrasi “.

La parafrasi é una traduzione mentale. Può essere puntuale, ossia, parola per parola, ed integrativa, cioè esplicativa delle conoscenze presupposte. Le tecniche al riguardo, sono diverse: l’analisi lessicale, l’uso del vocabolario, l’esame del contesto…ecc. Ma non appartengono alla funzione genitoriale.

Il genitore può guidare ponendo  domande,  che aiutino a richiamare nozioni presupposte o a ricercare il significato di un vocabolo, collaborando e assistendo il lavoro del figlio.

Lettura selettiva. E’ una lettura paragrafo per paragrafo, sequenza per sequenza, per scegliere ciò che è essenziale e per cogliere i legami tra le conoscenze. Ogni testo è diviso in sequenze, non a casaccio, ma secondo una logica. In ogni sequenza sono presenti affermazioni principali e nozioni secondarie. Studiare è cercare  e comprendere (tenere con sé) i punti principali e i loro nessi. La loro ricerca  è favorita da tercniche diverse: dalla sottolineatura, dalla titolazione ( assegnare un titolo sintetico ad ogni capoverso), dagli appunti, ecc. ).

E’ in questa fase che scatta l’operazione “comprendere” nel suo senso profondo: cogliere l’essenziale, rappresentarlo mentalmente nei suoi rapporti, magari schematizzandolo graficamente, riassumerlo.

Il  ruolo del genitore  anche qui non può essere quello di un controllore dal quale eludere la sorveglianza. E’ piuttosto quello dell’assistente o di guida delegata (ricordiamo che insegna le abilità dello studio  il docente), per cui non “fa” il riassunto al posto del figlio, ma pone domande, segnala degli indizi, rilancia alcuni punti dello schema, valorizza nessi, ascolta la verbalizzazione dello schema, chiede di assegnare un titolo all’argomento studiato… Il tutto con grande discrezione ricordando che lo studio non ammette sostituti.

Sul   “riprendere” abbiamo accennato parlando del ripasso. Qui ricordo l’utilità della verbalizzazione con davanti lo schema o la sottolineatura o gli appunti. Per questo lavoro occorre la disponibilità del genitore ad ascoltare. Non importa conoscere l’argomento: mentre ascoltiamo possiamo porre delle domande al ragazzo,  che, in questo modo,  è  stimolato ad essere più chiaro e a riprendere.

4. 2 – Oltre il libro

Studiare non è operazione da compiere solo sui libri: può avvenire andando in gita, visitando un museo, guardando un documentario, ecc. E in questo i genitori possono fare molto per il figlio. Possono compiere quello che é loro dovere: continuare a metterlo al mondo aiutandolo soprattutto a vivere da uomo, cioè a guardare le cose, interrogando e lasciandosi interrogare dalla realtà, così che quando si trova davanti ad un testo abbia lo stesso atteggiamento di attenzione e di curiosità.

Perché lo studio dei figli sia sempre incontro con la realtà mediante ipotesi che la tradizione culturale consegna, conviene:

  • collaborare con la scuola, dialogare con gli insegnanti;
  • assistere nell’esecuzione dei compiti a tre livelli:
  • in senso affettivo (non si può vivere nella confusione ma nemmeno nella solitudine);
  • in senso metodologico (non risposte già pronte, ma modi per trovare risposte);
  • con un aiuto diretto in casi eccezionali, che deve diminuire progressivamente, non deve interferire con le indicazioni dei docenti.
  • riscoprendo la propria responsabilità educativa, in una compagnia aperta a tutti e a tutto, senza mai arrendersi.

In questo modo il metodo di studio si rivela per quello che è: un insieme di motivi e di passi adeguati per la conoscenza della realtà (adeguati alla materia, adeguati all’essere, all’età, allo stile di apprendimento del figlio), che diventa fattore di educazione.

La mamma dei cretini…


A cosa sto pensando, mi chiedi?
Boh, a tante cose che mi attraversano la mente alla velocità della luce.
Ho sempre pensato, e penso, che la solitudine sia una risorsa, ma ci sono situazioni che richiederebbero una task force, purtroppo impossibile perchè la sottoscritta ha solo due spalle.
Quindi si abbozza e si cerca di tirarsi fuori dalle paludi come meglio si può.
Sapendo, tra l’altro, che si è figlie di una delle proverbiali cretine sempre incinte.

 

 

Natale con i tuoi, pasqua con i buoi


Ci sarà una ragione (valida)  se una donna, non più giovane ma nemmeno decrepita, oltre che  nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, decide di dedicare il resto dei suoi anni alle bestie (oltre che agli effetti imprescindibili, ça va san dire).

Ci sarà, no?

A parte il fatto che le vere bestie hanno due gambe, due braccia e un cervello inversamente proporzionale alle boiate che sparano.

Fine mese


Ogni fine del mese mi viene da sorridere, presa da un’inspiegabile, intima gioia.

Mi lascio alle spalle un altro lungo fotogramma della mia vita, e so bene che cosa mi aspetta,

eppure non riesco a liberarmi di questo insensato senso di blanda, oscura euforia.

Per fortuna dura poco.

 

I’m not afraid of anything in this world


Se devo combattere combatterò, ridendo in faccia ai miei stupidi fantasmi di una vita.

Non ho avuto ragione di loro, ma loro non ne hanno avuto di me.

Le voci


Se non hai parole la musica ne avrà al posto tuo.
E ne avranno le immagini che sceglierai, perchè dicano agli altri se sei felice o brancoli nella nebbia fitta delle tue paure.
Se hai buttato il passato alle spalle, o ricordi ancora, e i ricordi sono spine nel cuore.
Se hai incontrato un Angelo e lui ti ha teso una mano, perchè gli Angeli, almeno loro, non sono stati mandati qui per ferirti.
Se non hai parole penserai a voce bassa, interrogando la tazza bollente che stringi fra le mani.
E, fuori, la stella più luminosa di tutte darà conforto alla tua voce muta.

Nessuno


T’ho pregato di non venirmi più in sogno.

La mia parte eterea l’ha chiesto alla tua: evidentemente ogni comunicazione è interrotta.

Meglio così.

Giusto così.

Stanotte non t’ho visto.

So che eri in una stanza d’ospedale, di un ospedale che pareva un centro commerciale gigantesco.

Ho sbagliato reparto un sacco di volte.

Ho seguito indicazioni volutamente fuorvianti.

Alla fine ti ho comprato un giocattolo e mi sono indirizzata verso l’ala giusta.

Ho chiesto alla reception se ci fosse il signor LS: mi hanno detto di sì.

Ho imboccato una scala stretta e fatiscente, diretta al quinto piano, mentre una ragazza palesemente drogata mi rideva dietro.

Arrivata davanti alla porta mi si è materializzato davanti un conoscente (mio, non tuo).

Mi ha semplicemente detto: “mi dispiace, sei arrivata tardi, è appena morto”.

Cazzo di risveglio, eh?

Il nome


Il giorno di nascita, il tuo compleanno, sta a ricordare quando sei venuto al mondo.

E nel mondo ci resti per un tot di anni, generalmente molto variabile, fino al momento in cui te ne devi andare.

Quindi al giorno di arrivo si affianca quello della partenza.

L’alfa e l’omega, insomma.

L’onomastico ricorda il nome che ti è stato affibbiato quando sei uscito dalla pancia della mamma.

Può essere che ti piaccia, o che ti faccia schifo, ma è tuo in ogni caso, e ti connota.

Gli altri lo associano a te e al tuo aspetto, nonostante ci siano tante e tante persone che si chiamano allo stesso modo.

Però tu sei tu: l’essenza, la corporeità più l’appellativo.

La data di nascita sta solo ad indicare che, da quel momento, è ufficialmente iniziata la corsa verso la fine.

Eclipse


Non mi sono mai nascosta, e mai lo farò.

Posso decidere di eclissarmi, ma nascondersi ha una valenza negativa: vuol dire che si ha una fifa blu, o la coscienza sporca.

Adesso me ne sto acquattata in silenzio.

Non studio strategie, perchè non ho guerre da combattere.

Spero solo che l’involontario veggente non abbia avuto ragione, ma ci spero poco.

Onestamente.

Die Traumdeutung


Devo far operare l’altra gamba. Sto bene, so di essere sana, ma è così.
Mi ritrovo in una sala operatoria improvvisata, sporca, fatiscente.
Vestita come son vestita tutti i giorni.
Si apre una porta ed entra il mio Angelo, confermando quello che mi hanno detto.
Mi fido: cos’altro posso fare?
Mi dice di distendermi su un lettino da ambulatorio, mi fa un’iniezione e mi sostituisce il giunto sinistro. Io lo guardo al lavoro, “in borghese”, e non provo dolore.
Quando scendo dal lettino, con entrambe le gambe perfettamente efficienti, gli faccio presente che devo tornare a casa e preparare la valigia con gli indumenti per la degenza.
Cammino senza ausilii, ma ricordo vagamente di aver usato i bastoni canadesi, la prima volta.
Attraverso a nuoto una strada allagata dall’alluvione ed approdo alla casa al mare, dove racimolo un po’ di costumi da bagno e vestitini estivi per poter andare in ospedale per la riabilitazione.
All’improvviso mia cugina mi guarda le gambe ed esclama, inorridita:” ma ti sei accorta di non esserti depilata?”.
In cuor mio spero che l’Angelo non se ne sia accorto. Mentre cogito furiosamente sento lo squillo del mio cellulare.
E’ lui.
Allungo la mano e…sto rispondendo ad un’ amica.
Nella mia stanza.
Stamattina, 13 ottobre del 2013, ore otto e dispari.
Cielo cupo e umidità all’ottanta per cento minimo.
Mi tocco le gambe: sono perfettamente depilate.

Gente di pietra


Un abbraccio scalda il cuore?
Sì, forse.
Cioè non lo so, o non credo.
Ci sono persone pietrificate dagli anni, dai dispiaceri, da tutto ciò che va ed è andato storto.
Cosa può, un abbraccio, per queste povere statue dal cuore esangue?

maggio: 2017
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